“IO voglio smettere di fumare. Ma ogni volta che provo ad immaginarmi fare un’altra cosa, IO sento lo stesso il desiderio di fumare. E, alla fine, non riesco a sostituire questo vecchio mio comportamento con un altro nuovo. Cosa ci posso fare IO?”

Questo è solo un esempio di tanti che si possono elencare: mangiarci le unghie, arrabbiarci con una determinata persona, usare il clacson non appena il traffico diventa ingombrante….veramente un’infinità di esempi!

Sorge, allora, spontaneamente la domanda: Se io facessi questo cambiamento, in cosa mi vedrei diverso o diversa? Questa domanda mi dovrebbe aiutare a spingermi verso una direzione, cioè “lontano da” quel comportamento, “verso” qualità diverse che mi aiuterebbero a migliorare l’immagine di me stesso o di me stessa. Sarei, quindi, una nuova persona e avrei nuove possibilità specifiche.

Esattamente!  L’immagine creata di come vorrei essere – non dipendente della sigaretta, più competente, più felice, più capace, più presente nelle mie emozioni – mi aiuta a provare delle belle sensazioni e, infine, ad ancorarmi a quello stato.

Non sarei, quindi, obbligato o obbligata a fumare.

Dovrei avere presente quell’immagine di cui mi dovrei servire ogni volta che l’odore della sigaretta mi si ripresenta. E come faccio IO a capire che i risultati ottenuti sono quelli che volevo ottenere?

Ecco la soluzione! Mettermi alla prova, sì! Questo significa che IO mi dovrei mettere alla prova!

Prendo una sigaretta, ne prendo un’altra, le tengo fra le mie dita, le metto in un angolo e le osservo!

Immagino che un amico viene a trovarmi. Vuole offrirmi una sigaretta – nuova marca – di cui lui è contento. IO gli voglio offrire una delle mie.

Immagino di sentire l’odore di entrambe. Immagino anche di essere contento di sentire l’odore delle sigarette senza subire l’obbligo di fumare. Mi immagino “lontano” dalle sigarette e non “verso” le sigarette. Read More

Language is the blood of the soul into which thoughts run and out of which they grow… Limba este sângele sufletului unde gândurile aleargă şi de unde ele evadează atunci când evoluează… La langue est le sang de l’âme où les pensées se baladent et d’où elles s’évadent lorsqu’elles s’entendent… La lingua è il sangue dell’anima dove i pensieri corrono e […]

via Language…Limbă…Langue …Lingua…Idioma… — mariamihaelabarbieru

traduzioni-giurateUmberto Eco si chiedeva giustamente <Cosa significa tradurre? Dire la stessa cosa del testo d’origine o cercare di avvicinarsi il più possibile al testo d’origine, dicendone quindi la stessa cosa?>

<Tradurre, in verità, è la condizione d’ogni pensare e d’ogni sentire>, consiglia Giovanni Gentile.

Parafrasando Orazio, umilmente affermerei: da attenta traduttrice, dovrò aver cura di <non tradurre parola per parola> poiché sono madre lingua romena, laureata in Filologia, master in Intercultural Competence and Management, iscritta all’Albo dei Periti Tecnici presso la Camera di Commercio Milano e CTU presso i Tribunali di Milano e Monza, mi occupo di traduzioni giurate ed interpretariato per le seguenti lingue combinate:romeno, italiano,inglese e francese. 

Ovviamente, le tecniche di traduzione sono i pilastri del mio atto traduttivo.

Perché? Si potrebbe chiedere giustamente qualcuno. Perché “le traduzioni sono come le donne: quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle“, affermava Carl Bertrand. Ed io concordo pienamente con lui.

La traduzione va vista anche come un atto comunicativo interlinguistico nell’ambito della mediazione linguistica.

Perché nel compiere l’atto di tradurre, non devo dimenticare il fine di ogni traduzione: l’equivalenza.

Per maggiori informazioni in merito ai servizi di consulenza linguistica scrivere al seguente indirizzo: mbarbieru@hotmail.com

traduzioni-giurate

Madre lingua romena, laureata in Filologia, master in Intercultural Competence and Management, iscritta all’Albo dei Periti Tecnici e CTU presso i Tribunali di Milano e Monza, mi occupo di traduzioni giurate ed interpretariato nonché docenza e consulenza linguistica per le seguenti lingue combinate: romeno, italiano, inglese e francese.

Autentiche relazioni interculturali non potrebbero esistere in assenza dello strumento principale della relazione che è la comunicazione.

Il principale mezzo della comunicazione è la lingua.

La conoscenza di una lingua straniera implica un’educazione linguistica, tradotta in competenza comunicativa. Cosa implica la non conoscenza di una lingua straniera? Una barriera linguistica tradotta in incompetenza comunicativa.

Ergo, la Lingua batte dove la Parola duole!

Info:  3384070109; mbarbieru@hotmail.com

La teologia interculturale implica la fede, nel suo senso più profondo, e la fiducia nell’Altro; la fede in noi stessi e la fede in ciò che guida noi e tutto ciò che esiste. “Soltanto quando il cuore è vuoto o puro non avrò paura di rischiare la mia fede, se necessario. (…) Lo spazio fra le culture è vuoto. Possiamo colmarlo nel momento in cui usciamo da noi stessi e incontriamo l’Altro” (Panikkar, 2005).

La provincia autonoma di Bolzano, con D.G.P. n. 4266/2001 e con riferimento all’Ordinamento della formazione professionale (L.P. n. 40/1992), ha definito come di seguito ho riportato la figura dell’operatore interculturale: “Un operatore interculturale, un educatore delle differenze è in grado di facilitare la comunicazione e la comprensione linguistica e culturale fra persone di culture diverse e, in particolare, fra l’utente straniero e l’operatore di un servizio pubblico o privato, nel rispetto dei diritti delle parti interessate alla relazione […] promuovere presso l’utenza straniera il razionale utilizzo dei servizi e delle istituzioni italiane, favorire presso i servizi il progressivo adeguamento ai bisogni dell’utenza straniera, prevenire e gestire i conflitti fra utenza straniera e servizi locali. Il ruolo del mediatore è, quindi, quello di ponte, cerniera, interfaccia fra utenza straniera e operatori dei servizi pubblici e privati, ovvero fra presupposti e significati culturali diversi, nel rispetto degli specifici ruoli, funzioni e poteri di ciascuna parte della relazione, senza sostituirsi e rappresentare gli uni o gli altri”.

Per quanto concerne la figura del Mediatore, Marianella Sclavi ricorda nel suo libro dell’importanza di mediatori, essi vengono considerati come dei veri costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”.

In ogni situazione di coesistenza inter – etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni e occasioni di incontro e azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto all’identità e ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione. Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), e implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l’economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica e la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica verso la propria comunità: veri e propri “traditori della compattezza etnica”, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame al territorio] [1]

I mediatori, questi costruttori di ponti e saltatori di muri dovrebbero sapere anche “abitare ma non oltrepassare la soglia”, nella visione di Romina Coin, rimanendo dei perenni “al kantara”.

[Nell’approccio con l’Altro, in particolare con l’Altro di un ‘Altra cultura, una buona traduzione linguistica è importante, ma non sufficiente. Anche la buona conoscenza della cultura dell’Altro non allontana il rischio di commettere gli errori che possono bloccare la relazione comunicativa o fuorviarne la comprensione. E’ a questo punto, interviene il mediatore interculturale, a cui spetta il compito di facilitare questo processo indipendentemente dallo schema cognitivo a cui ciascuno fa risalire la propria competenza linguistica. […] Per questo l’obiettivo di una relazione in chiave interculturale risiede nella capacità non di negare la differenziazione, bensì di promuovere l’annullamento delle differenze a livello dei significati. […] Un discorso però che non si attua nello spazio delle rispettive visioni linguistico-culturali, ma che se esprime solo agendo quello che Sini definisce “abitare la soglia”. E’ la soglia, ossia quello spazio incontaminato, o di frontiera, che divide l’Io dal Non Io, finisce con l’esaurirsi in esso. […] Significa costruire un rapporto dinamico tra lingua e cultura. Significa reinventarsi i propri codici comunicativi attribuendo alla nuova lingua inflessioni, toni e musicalità, come nel proprio idioma d’origine. Significa ricostruire un linguaggio che non è più né mio né tuo, ma che può finalmente appartenere ad entrambi. Ma significa anche poter leggere e sapere interpretare le percezioni proprie e dell’altro per intuirne i punti di contatto. Significa riconoscere le soggettività all’interno delle differenze. [..] Abitare la soglia contiene in sé, come costante possibilità, il concetto di attraversamento, ma non si esaurisce, né si realizza, in esso.

“Attraversare la soglia significa che ciò che era di là non è più il medesimo dall’altra parte. Dal di qua al di là qualcosa cambia. Qualcosa cambia intorno a noi, qualcosa cambia entro di noi, sicché attraversare le soglie è continuamente fare esperienza di noi stessi e del mondo” (Sini1993)

Il mediatore dell’interculturalità agisce questo passaggio, senza poterlo mai realizzare in modo definitivo. Non oltrepassa la soglia, ma la abita costantemente. In questo sue essere bilico continua ad essere se stesso senza mai smetter di diventare altro. Afferma necessariamente la propria cultura assumendo quella dell’altro

A buon motivo, il mediatore della comunicazione interculturale è stato definito “al kantara”, termine arabo che indica un ponte sospeso tra due rive]. [2]

Il Counselor

La seconda figura sulla quale mi voglio soffermare è la figura del counselor, colei o colui che dà sostegno e <si dà> nella relazione di aiuto ma ha anche l’umiltà di mettersi da parte, di dare posto all’altro. Proprio come si fa o come si dovrebbe fare quando si viaggia, nella metropolitana per esempio, e si incontra una persona anziana o in visibile bisogno: se si è seduti, si comprende la sua necessità del momento e le si cede il posto.

In merito alla relazione di aiuto, l’autrice Annamaria di Fabio indica, nel suo libro “Counseling – Dalla teoria all’applicazione”, delle linee guida a cui considero che si debba prestar attenzione:

L’attenzione, prima concentrata sull’operatore/esperto, ora si sposta sul cliente/persona e l’aiuto consiste in uno strumento di libertà (Giordani,1977) […] La relazione di aiuto non consiste più nel proporre soluzioni ma, al contrario, nel facilitare nel soggetto il processo di decisione responsabile attraverso risposte di comprensione- facilitazione da parte del counselor, nel pieno rispetto dei sentimenti, del vissuto, dei tempi e delle decisioni della persona. E’ un percorso volto all’autonomia del soggetto, che acquisisce così una graduale consapevolezza di sé. […] Il saper essere dell’operatore di aiuto diventa prioritario rispetto al saper fare e fondante rispetto alla validità dell’intervento spesso. Le abilità tecnico – procedurali sono ugualmente ritenute importanti, ma a patto che siano detenute da un individuo dotato preventivamente di qualità umane ( sensibile, genuino, accettante e non giudicante, flessibile, creativo, profondo, paziente, disponibile, autonomo), altrimenti le capacità tecniche possono costituire un arroccamento difensivo, che determinerebbe un aggravamento delle carenze interiori dell’operatore e l’inadeguatezza operativa.[…] Le concrete abilità di relazione umana indicate da Carl Rogers hanno ancora una volta sottolineano l’importanza attribuita alla ricchezza interiore dell’operatore, da intendersi come possesso personale ma non come patrimonio statico e inesauribile, e, pertanto come potenzialità individuali in continuo affinamento formativo. L’uso del Sé è ritenuto un fattore fondamentale nel processo di aiuto rogersiano ed ha conseguentemente un posto di primo piano, costituendo il focus della formazione] [3]

Il Counselor, facendo leva sulle sue capacità, qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, non cerca semplicemente di risolvere i problemi quanto piuttosto a sviluppare il processo di esplorazione, comprensione e apprendimento  attraverso un esperire reciproco che ha luogo all’interno della relazione counselor- consultante. La finalità è quella di poter raggiungere una miglior espressione del proprio Sé da parte di chi richiede l’intervento e che viene condotto nella condizione di trovare vie di uscita personali alle situazioni problematiche, oggetto di consulenza. L’obiettivo principale del counselor è quello di individuare e alimentare le risorse o le capacità personali e i maggiori punti di forza delle singole persone che incontra, in relazione alle soluzioni uniche e singolari delle problematiche presentate.

Ciò che per me è molto importante è che il counselor dovrebbe essere in grado di creare, durante il counseling, <un’atmosfera empatica>.

Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore per aiutarla non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di indirizzarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, la responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in sé stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé.”  afferma Carl Rogers.

Dunque, stando a quanto sopra affermato da Rogers, il cliente potrebbe “saperne di più”? Potrebbe, quindi, essere consapevole di ciò che lo sta facendo soffrire e che passo dovrebbe successivamente compiere per superare la sofferenza? Penso proprio di sì. Con altre parole, l’esperto del problema è proprio la persona che ce l’ha.

Rogers ha definito il suo modo di lavorare “counseling non direttivo”, sottolineando come il compito del counselor nella relazione di aiuto, sia quello di far entrare il cliente in contatto con le sue stesse risorse, piuttosto che influenzarlo, consigliarlo, sostenerlo nella direzione e/o decisione da prendere. Tutto questo perché “le persone sane sono ritenute per natura, capaci di comportarsi in maniera efficace, capaci di darsi degli obiettivi e di raggiungerli”, afferma lui.

Il counseling che lui propone è caratterizzato da un forte ottimismo: ogni essere umano ha dentro di sé le condizioni potenziali per una crescita sana e creativa;

ogni condizionamento negativo può essere vinto se l’individuo è disposto ad accettare la responsabilità della propria vita. Ogni individuo ha perciò una innata tendenza all’autorealizzazione.

Il counselor può capire il suo cliente solamente partendo dalle sue percezioni e dai suoi sentimenti, ossia dal suo mondo fenomenologico. Per capirlo, il counselor non deve concentrare l’attenzione sugli eventi che il suo cliente vive, ma sul modo in cui li vive. Il counselor ha bisogno di comunicare tre qualità di base affinché la relazione d’aiuto sia efficace ed abbia un esito positivo tanto da ottenere un cambiamento significativo nel cliente.

La prima è l’empatia, cioè la capacità di sperimentare il mondo di un’altra persona come se fosse

il mondo proprio, la seconda qualità di base che Carl Rogers considera essenziale è l’accettazione incondizionata del cliente per quello che è, per la sua unicità ed individualità e

l’ultima qualità che il counselor dovrebbe avere è la congruenza, ovvero la capacità di aprirsi spontaneamente nella comunicazione col cliente, in modo da rimanere sempre autentico nell’esprimersi.

Concludo, riportando una citazione di Carl Rogers che fa riflettere e che riguarda, appunto, Noi e gli Altri.

Tutti abbiamo paura di cambiare. Una delle ragioni principali della resistenza a comprendere, è la paura del cambiamento: se veramente mi permetto di capire un’altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendoCarl Rogers

[1].Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili, 2003, pag. 341

[2] Romina Coin e all, Psicologia sociale e intercultura. Valori, saperi, relazioni, pagg.108 e 111.

[3] Romina Coin e all, Psicologia sociale e intercutura. Valori, saperi, relazioni, pag. 158

 

intercultura

« J’attache une valeur énorme au fait de pouvoir me permettre de comprendre une autre personne » Carl Rogers

« Le terme d’empathie, désormais employé pour traduire le terme allemand Einfühlung, a pris dans la littérature psychanalytique contemporaine une place considérable. La notion elle-même n’a cependant pas de spécificité métapsychologique […] » (Marie –Lise Brunel et Jacques Cosnier, L’empathie Un sixième sens, Presse universitaire de Lion, 2012)

À l’avis de Mari-Lise Brunel et Jacques Cosnier, Carl Rogers est celui qui, parmi les psychothérapeutes humanistes, a prêté le plus d’attention à l’empathie et qui « en a popularisé le concept en développant son approche. » Rogers, continue les auteurs, avance son approche centré sur la personne comme solution idéale, à cause de sa simplicité et de l’accent mis sur l’acceptation de soi.

L’empathie, à l’avis de Carl Rogers, se caractérise par la compréhension des points de vue, des sentiments et des conceptions personnelles de l’autre. Il s’agit de réussir à comprendre l’autre au point de vue d’en être capable de résumer ses positions à sa place, « telles qu’elles lui-même accepterait de les formuler, sans aucune déformation. L’empathie consiste à percevoir le cadre de référence interne d’une personne avec précision et avec ses composantes et significations émotionnelles de façon à les ressentir comme si l’on était cette personne, mais jamais oublier le « comme si» (Marie –Lise Brunel et Jacques Cosnier, L’empathie Un sixième sens, Presse universitaire de Lion, 2012)

L’objectif donc, selon Rogers, est de réussir à percevoir le monde de l’autre comme si l’on était à sa place, sans jamais mélanger ses propres sentiments et ceux de l’autre. L’un des aspects plus importants pour attendre cet état d’esprit consiste à réussir à ne plus porter de jugement de valeur. C’est-à-dire, le fermer.

Les trois opérations du processus d’empathisation chez Rogers et signalés par Marie-Lise Brunel et Jacques Cosnier sont : « connaître ce qu’une personne ressent en adoptant le perspective de l’autre, ressent ce qu’un autre ressent par voie de contagion, facilitant l’implication et répondre de façon compassionnelle à la détresse d’autrui pour maintenir l’implication. »

À l’avis de Rogers, nous sommes équipés d’un évaluateur permanent qui, « façonné par nos années d’étude, par les remarques de nos parents, est devenu complètement surdimensionné ». Cet évaluateur ne s’arrête jamais de fonctionner. Il nous soumette incessamment des résultats d’analyse sur tout ce qui nous entoure. Nous devons réussir à le débrancher pour ne le solliciter qu’au moment opportun. Il est d’autant plus délicat, point Rogers, d’y parvenir dans une situation émotionnellement chargée, de tension d’événement, où la tendance à juger et fortement amplifiée. À default d’empathie, la confrontation des deux jugements opposés n’amènera qu’à un renforcement des distances, un éloignement des points de vue sans jamais permettre une communication profonde. Un bénéfice de l’empathie est qu’elle tend à responsabiliser l’autre.

Rogers explique le processus par ce fait : si notre interlocuteur ne subit plus nos jugements, il ressentit que c’est sa responsabilité de porter son propre jugement. Mais pour pratiquer cette communication empathique il faut avoir du courage, explique Rogers.

Comprendre les positions de l’autre risque de nous déterminer de les prendre out sérieusement en considération, voire nous pourrons finir par les accepter. Si notre jugement initial, le fameux évaluateur surdimensionné, nous a immédiatement catalogué les idées de l’autre comme étant mauvaises ou inadéquates pour notre système des valeurs, nous vivrons comme un danger, une menace. Par conséquent, nous n’arriverons pas à écouter sans nous détacher de juger.

Lorsqu’une situation de tension s’instaure, en cas de conflit par exemple, une tempête émotionnelle interne risque d’accaparer entièrement nos pensées et celles de l’autre, les privant de la disponibilité nécessaire pour installer une bonne écoute empathique.

« Dans mes relations avec autrui, j’ai appris qu’il ne sert à rien, à long terme, d’agir comme si je n’étais pas ce que je suis. Il ne sert à rien d’agir comme si j’éprouvais de l’affection alors qu’en réalité je me sens hostile. Il ne sert à rien d’agir comme si j’étais plein d’assurance, si, en réalité, je me sens craintif et incertain. Tout ceci revient à dire, en d’autres termes, que je n’ai jamais trouvé utile ni efficace, dans les rapports avec autrui, d’essayer de maintenir une façade, d’agir d’une certaine façon à la surface, alors que j’éprouve au fond quelques chose de tout à fait différent » (Carl Rogers, Le développement de la personne Éd. Dunod, 1968)

Seule, notre attitude « d’être vraiment soi-même », pour utiliser la terminologie de Rogers, pourra nous aider à dominer nos sentiments effervescents et comprendre les positions de l’autre.

Il nous faudra, donc, être authentique.

Nous devrons montrer de prêter une attention réelle, sincère et chaleureuse à la personne, et cela indépendamment de ses prises de positions et de ses choix. Nous devrons adopter une attitude résolument positive, chaleureuse, attitude qui ne dépende pas du résultat d’évaluations.

Enfin, il nous conseille qu’il est important de considérer la personne en devenir, de prendre en compte toutes ses potentialités et non de la juger sur la base de ses actes passés. Autrement, nous avise le psychologue humaniste, il mènera la personne à reproduire les mêmes actes. « La personne aura tendance à suivre la voie qui est attendue d’elle. Si son environnement la sous-estime constamment elle sous-performera, si au contraire il lui est démontré une confiance en ses capacités, alors la personne évoluera dans ce sens » (Carl Rogers, Le développement de la personne Éd. Dunod, 1968)

Rogers a dédié toute sa vie à effectuer des recherches sur l’empathie, en développant ainsi sa thérapie centrée sur la personne. Le concept et la méthodologie de « counseling non – directif» naît avec lui. Sa méthodologie consiste à laisser le client d’entrer en contact avec ses propres ressources, plutôt que de tâcher d’exercer une influence sur lui.

Car, pointe-t-il

« c’est le client lui-même qui sait ce dont il souffre, dans quelle direction il faut chercher, ce que sont les problèmes cruciaux et les expériences qui ont été profondément refoulés » (Carl Rogers, Le développement de la personne Éd. Dunod, 1968)

Les conseils qu’il propose se caractérisent par un fort optimisme : « chaque être humain a en lui-même les conditions pour un développement sain et créatif ».

Rogers insiste sur le fait que, « pour accompagner ainsi une personne, il faut soi-même être capable de s’abandonner au processus du changement ; il faut donc être assez confiant pour avancer sans comprendre totalement ce qui se passe, tout en sachant qu’il est possible de revenir à soi.

Un tel abandon de soi ne peut être que le fait de quelqu’un qui possède un bagage fait d’introspection, assez étendu, et surtout une image de soi enrichie par une large expérience de vie »

Combien d’empathie et de confiance, donc !

« Je ne voudrai pas être mal compris. Je ne crois pas avoir une vue naïvement optimiste de la nature humaine. […] Je suis tout à fait conscient du fait que, par besoin de se défendre contre des peurs internes, l’individu peut en arriver à se comporter de façon incroyablement cruelle, horriblement destructive, immature, régressive, antisociale et nuisible. Mais j’acquis la conviction que mieux un individu est compris et accepté, plus il a tendance à abandonner les fausses défenses dont il a usé pour affronter la vie, et à s’engager dans une voie progressive. […] Voici enfin une leçon profonde qui s’est imposée à moi tout au long des vingt-cinq années au cours desquelles j’ai essayé de venir à aide à des individus en détresse : mon expérience m’a montré que, fondamentalement, tous les hommes one une orientation positive» (Carl Rogers, Le développement de la personne Éd. Dunod, 1968)

Après une telle déclaration, il m’est impossible d’ajouter une seule parole !…empathie-livre